
Chi ha ucciso il gatto?
Ricerca di Valeria Zavattoni
E se la realtà esistesse solo quando la guardiamo?
Mi chiamo Valeria Zavattoni
e questo è il mio progetto: un attraversamento del paradosso del gatto di Schrödinger.
Il gatto di Schrödinger è un esperimento mentale della fisica quantistica: un gatto chiuso in una scatola, che secondo la teoria può essere contemporaneamente vivo e morto, finché qualcuno non apre la scatola e osserva.
Qui il gatto è vivo e morto.
E tra queste due possibilità nasce tutto ciò che accade.
Uno spettacolo che mescola fisica quantistica, teatro fisico, simbolismo e umorismo.
Un’indagine senza pretese scientifiche, dove un personaggio in bianco tenta di interrogare l’universo… senza mai davvero dominarlo.
Tra dadi lanciati nel vuoto, microfoni, disegni e rituali comici,
la realtà si comporta come qualcosa di instabile: si apre, si sdoppia, si contraddice.
Le verticali sulle mani sono una disciplina del circo in cui il corpo si ribalta completamente, sostenendosi sulle braccia, sospeso tra equilibrio e caduta.
In questo lavoro non sono solo tecnica, ma linguaggio: una forma di pensiero fisico sull’instabilità, sul rischio e sulla continua trasformazione del punto di vista.
Come nel mondo quantistico, ciò che sembra stabile esiste solo per un istante, e dipende da chi osserva.Mi interessa ciò che non si fissa.
Ciò che cambia quando viene osservato.
Ciò che resta possibile finché non viene scelto.
Il mio percorso attraversa ossessioni:
l’esistenzialismo, la vertigine della meccanica quantistica, il tempo, il caso, lo sguardo.
Sul palco, il corpo non rappresenta: diventa possibilità.
E il pubblico non osserva soltanto: partecipa, modifica, co-crea.
Non cerco di spiegare il mondo.
Lo attraverso.
Benvenuti nel paradosso.




BIO.
Ho iniziato il mio percorso artistico nelle arti circensi in Francia, dove la formazione ha trasformato il mio modo di pensare il corpo e la scena, facendone uno spazio di ricerca, rischio e possibilità.
Prima ancora, la mia esperienza si è costruita nella strada: un luogo informale e instabile che mi ha insegnato a conoscere il mondo attraverso le persone, gli incontri e l’imprevedibilità del quotidiano.
In precedenza, ho studiato nanotecnologie e programmazione informatica, un background scientifico che ha lasciato un’impronta nel mio lavoro, soprattutto nell’attenzione alle strutture invisibili, alle logiche del caso e ai sistemi che regolano il reale.
Da questi mondi nasce una ricerca che unisce circo, teatro fisico e sperimentazione performativa. Mi sono formata al CADC Balthazar di Montpellier e lavoro tra creazione e collettivi come il Circo Paniko, con una particolare attenzione alla disciplina delle verticali sulle mani, all’instabilità e al cambiamento continuo del punto di vista.