DIMORA365

SLAP riapre le sue porte e lo fa con una novità che ci sta particolarmente a cuore.Dopo dimoraSLAP siamo lieti di presentare DIMORA365, una nuova formula di residenza artistica annuale, pensata per accompagnare in profondità il percorso di un solo artista o collettivo.

DIMORA365 è un programma di residenza artistico, una novità di questa stagione: l’idea è quella di accogliere, per l’intera stagione, da settembre ’25 ad agosto ’26, la ricerca artistica e pedagogica di un singolo artista o collettivo. L’artista ha la possibilità di usare gli spazi di SLAP per portare avanti il lavoro di ricerca, proporre laboratori e presentare i suoi spettacoli.

Per la stagione 2025/2026, ad abitare i nostri spazi sarà Rosita Mariani, che a partire da settembre e fino all’estate prossima porterà avanti con noi la sua ricerca artistica e pedagogica.
Un viaggio di 365 giorni che seguirà il ritmo della pratica, degli incontri, degli scambi con il pubblico e altri/e artisti/e.

Nella mia pratica con la danza la dimensione della ricerca è sempre presente: esposta completamente alla luce in alcuni periodi, in altri si inabissa come un fiume carsico, fino a riemergere di nuovo in un punto inaspettato del mio processo, portando delle novità e qualche reperto di idee abbandonate tempo prima.
L’emersione sulle cui rive mi trovo ora riguarda la relazione tra la danza e la parola, due forme dell’esperienza che abitano aree del cervello distanti tra loro, e zone dell’arte e della comunicazione che si frequentano poco. Mi interessa la complessità di questo dialogo, molto denso di aspetti che ancor prima di essere parte di un discorso artistico, si svolge su un piano neurologico e somatico, e che nel procedere creativamente coinvolge pratica artistica, comunicazione e un senso di comunità.

Mi muovo a partire dall’esperienza performativa di Cartoline dal corpo, un progetto attraverso cui ho esplorato una prima articolazione del rapporto danza-parola declinato nella forma dell’arte partecipata, nella quale l’improvvisazione incontra le parole scritte dagli spettatori attivando un processo di creazione collaborativa. Si è formata una raccolta di lasciti, reperti sensibili rimasti dalle danze che mi hanno attraversata, dalle parole scritte e dalle risonanze che, più o meno consapevolmente, hanno influenzato il mio lavoro. Al momento presente ho raccolto circa un migliaio di parole, che vorrei catalogare, somatizzare e reimmettere in un processo di dialogo con altri linguaggi e altri artisti, un archivio vivo di parole-corpi che potrebbero essere stimoli per la generazione di nuovi progetti performativi e laboratoriali, e per una riflessione attiva sul passaggio dall’anatomia del corpo al corpo come soggetto politico.

In quello che si è già presentato come un processo multilivello e multilinguistico, desidero sperimentare un approccio alla creazione basato sulla reticolarità degli stimoli e dei feedback, in cui la centralità del corpo mente nell’esperienza possa nutrire la consapevolezza delle risorse infinite potenzialmente presenti nelle conversazioni tra movimento, gesto, danza, parola, voce, suono, segno, risonanza.

Dove ci si può incontrare? Quali sono gli enzimi per fare in modo che linguaggi diversi possano sviluppare un discorso di senso? Qual è il training necessario ad allenare la presenza, l’ascolto e la permeabilità necessari per abitare questo territorio?

In uno stato di quiete dinamica, in equilibrio sui fili della rete che connette somatica, arte e processi condivisi, aspetto che il vuoto indispensabile per iniziare si riempia di connessioni tra esperienze, pratiche e persone in ricerca.


DIARIO • 1 • settembre 2025
La ricerca biopoetica che mi sta impegnando da qualche anno, abita uno spazio e un tempo portatori del dono prezioso dello stare. Il dialogo generativo tra il corpo e la parola è una pratica multidirezionale e polimorfa che necessita di ascolto, curiosità, propensione al disorientamento e pazienza.
I processi complessi percorrono mappe in divenire e usano bussole che si perdono in territori ignoti. Tra animali umani e non umani, creature vegetali e ossa, l’esperienza somatica è il porto sicuro da cui ho scelto di partire per esplorare gli strati di questa relazione: anatomia esperienziale e Body-Mind Centering ®️ mi propongono architetture fluide e sottili in cui percezione, movimento, danza, parola, scrittura risuonano e si richiamano. Da li mi posso perdere con fiducia.
Nel primo mese di residenza appena concluso mi sono posta come tramite dello studio, a un tempo soggetto, oggetto e osservatrice del processo di ricerca. Ho sperimentato stati corporei, dissotterrato fossili, respirato densità, scritto, danzato, sudato. Per un tratto sono stata accompagnata dalle voci delle mie maestre e dei miei maestri. Con consapevolezze nuove ho rimesso in azione la performance “Cartoline dal corpo”, che condivide una parte del processo con gli spettatori e dalle cui intuizioni anni fa è iniziato il viaggio. Ora continua, aprendosi ad alcune collaborazioni, la prima con Antonella Cuppari, poetessa, PhD in Educazione della Società Contemporanea all’Università Statale di Milano-Bicocca, e anima profonda.


DIARIO • 2 • ottobre 2025
Alla fine del secondo mese di residenza in Dimora365, si affaccia qualche consapevolezza nuova, accompagnata da nuove domande e da punti di vista che, finalmente, non sono solo i miei.
Quello che sto abitando è un processo di ricerca empirica qualitativa, che non può prescindere dall’esperienza delle persone che lo compiono. Tutto quello che succede è parte di una rete di soggettività, di esperienze e, anche, di incontri fortuiti, come quello, bellissimo, con gli alunni di quarta del Liceo Artistico Caravaggio: occhi, corpi e matite hanno danzato alla scoperta dell’umano in movimento.
Nella pratica dell’improvvisazione che sto sperimentando, il solo è un’autobiografia dinamica, che nel dialogo incessante con la gravità e lo spazio fa luce, per il tempo della sua durata, sui frammenti di moltitudini con cui coabito. Quando il solo è una conversazione con lo spazio, cosa succede se entra una parola? E se esce?
Che discorso scrive la danza se attorno a una parola portante, emersa da un altro corpo che guarda, si associa una nuvola di altre parole, per assonanza, risonanza o affinità semantica, parte di un’immagine più grande creata da una danza che include la mappa stessa del corpo? Un pomeriggio mi sono ritrovata in equilibrio su una soglia tra dentro e fuori, tra legni e ossa, foreste e trabecole, in uno stormo di uccelli che turbinavano nel nevischio.
La vita dell’unità corpo-mente-ambiente è la mappa per l’esplorazione somatica e per la riflessione linguistica, mentre gli occhi della pelle si aprono sul mondo. Le parole entrano ed escono dai pori, attraversano membrane staminali per divenire suono, segno, senso, significato. E per incontrare le pratiche e i pensieri di altri.Con Antonella Cuppari abbiamo esplorato il tema della relazione corpo-parola attraverso il “Fossili di rivolta” di Giorgiomaria Cornelio e la voce potente della scrittura automatica di Clarice Lispector in “Acqua viva”. Nelle sessioni di improvvisazione i nostri mondi si sono parlati attraverso la scrittura, generando paesaggi di parole scritte, dette, scomposte, incarnate, tracce nello spazio con diversi gradi di visibilità. La relazione tra movimento danzato e parola poetica si è ampliata, proponendoci la musica come elemento di transizione tra linguaggi.


DIARIO • 3 • novembre 2025
ci si aggrappa alle parole alle loro linee annodate di senso scrivere è pratica coreografica
Antonella Cuppari

Una frase che ho scritto il secondo giorno di residenza: “La base della vita è materia fluida, che si addensa in gradi diversi in relazione alle resistenze dell’ambiente che incontra. Nella pratica della danza, iniziare contattando la propria dimensione fluida crea la condizione per accedere consapevolmente ad altre qualità, altre densità, altri ritmi.” È l’eco di un testo a cui torno ciclicamente, e che invito a partecipare alla ricerca insieme ad Antonella: Theodor Schwenk, “Sensitive Chaos: the creation of flowing forms in water and air”, Rudolf Steiner Press (1965). Forse inevitabile dopo l'”Acqua viva” di Clarice Lispector.
Esplorare a fondo richiede, ad un certo punto, una fase di immersione. Con l’aiuto delle memorie d’acqua che le esperienze somatiche riescono a richiamare facilmente, ci immergiamo nella complessità della relazione corpo-parola con una mente fluida, non premeditante e disponibile a fluttuare nella corrente. Incontriamo delle parole-cellule, unità vive e materiche, dotate di una qualità, di un peso, e di strutture, sostegni e vettori. Ancorate al fondo compaiono parole-spugne, porose e attraversabili: riattraversiamo le parole per riattivarle, e poi lasciarle sciogliere, in stati che ne colgono un’impronta o in coaguli di senso. Rivitalizzate dall’acqua e lavate degli usi consueti, nell’incontro con il corpo le parole si svelano nella loro staminalità, potenziale generativo di immagini e testi. La danza restituisce alla parola una risonanza che la trasforma, portando alla luce l’ombra della parte invisibile, non intenzionale in chi la scrive.
Riemergiamo, tracciando sentieri nel corpo e sulla carta. Il filosofo Baptiste Morizot, nel suo libro “La pista animale”, Nottetempo (2020), definisce le tracce lasciate dagli animali come calligrafie. Nella coreografia della nostra scrittura ci sono le tracce delle danze che l’hanno creata. Nelle immagini che accompagnano il diario di novembre, ci sono le tracce dello sguardo di Michele Milani, immerso con noi nel processo di ricerca.

E mentre le ossa nuotano nei muscoli (cit. Cinzia Severino), aspetto di sapere dove andrà il sentiero.


DIARIO • 4 • dicembre 2025
Di spugne, meduse, balene e di tempo profondo
Dicembre è sempre stato per me il mese dell’immersione: nel freddo, nel buio. Ma anche nel non sapere, una messa a dimora di semi misteriosi di cui non conosco ancora la pianta, ma che metto al riparo. Nel flusso già tracciato, le ultime settimane di residenza del 2025 sono state un’immersione nel mistero, nel tempo profondo delle cellule, delle spugne e delle meduse, corpi potenziali e sensi primordiali, respiri dalla pelle e un immaginario d’acqua.
Con molta gioia, ho condiviso una giornata di pratiche con Ljuba Bergamelli, performer vocale, musicista e ricercatrice.
La sensazione dell’immersione ci ha accompagnate nell’esplorazione di una comunicazione creativa guidata dal corpo acquatico e dalla voce, arrivata come un ronzio d’ape e trasformata ben presto in uno sciame di suoni, di parole e di testi. I suoni vocali possono rotolare, essere masticati, essere mossi all’interno delle innumerevoli casse di risonanza che conteniamo, nicchie arredate di vibrazioni.
Linea, segno, corpo e carta. Con Giulia Ravarotto, danzatrice e artista visiva, abbiamo esplorato forme di dialogo attraverso il rispecchiamento tra la danza e il disegno alla ricerca di una comunicazione del tratto. Il flusso e le risonanze ci hanno accompagnate nell’inizio di un viaggio che si prepara a proseguire.
Le profondità di un tempo geologico hanno accolto Antonella Cuppari e me in un viaggio nel quale la parola è arrivata dopo una filogenesi lunga, infusa dai canti delle balene in una stanza mossa da correnti oceaniche.
Nell’apparire di suoni, fonemi, parole, i corpi e gli spazi sono cambiati, il fuoco ha preso il posto dell’acqua, il silenzio ha accolto il gesto come nucleo primitivo di un discorso.
Un respiro d’acqua ci muove, ci abita. Danziamo su traiettorie che prendono forma dalla corrente, cambia, si perde. Diventa, continuamente.


DIARIO • 5 • gennaio 2026
Un tuffo solo per una discesa in apnea:

gennaio è stato “la capovolta perfetta”, quella che, con un buon allineamento e il minimo sforzo, porta nel profondo blu in caduta libera. Il tempo della ricerca è stato breve ma molto intenso, pieno di intuizioni e di sorprese.

La condivisione del processo con Antonella Cuppari sta portando a galla possibilità di conversazioni multistrato, in cui anche il tocco e il suono si sono finalmente presentati ad arricchire il nostro vocabolario in divenire. Intrecciando le pratiche con il gruppo che sta seguendo gli incontri di Animali Sensibili – prezioso, aperto e amante del rischio – ci siamo sperimentate come creature che vedono e sentono con la pelle. Il buio e la luce, il freddo e il caldo, esserci non essendoci: come si dice si, o no, o forse, con parole inaudite e inaudibili ma percepibili chiaramente nello spazio tra membrane, pieno di microeventi e di vita?

Ho letto con avidità “Al di là delle parole. Che cosa provano e pensano gli animali” di Carl Safina, biologo che studia da tutta la vita la relazione tra animali umani e non umani. A noi, che ci siamo creati un recinto intorno per sentirci superiori, sta sfuggendo la raffinatezza sublime della comunicazione degli altri linguaggi che non comprendiamo. Forse questa indagine mi sta portando proprio lì.

Scivolo negli abissi dalle membrane. A volte sono fluido, a volte perturbazione, a volte non lo so.


DIARIO • 6 • febbraio 2026
La ricerca che sto condividendo con Antonella Cuppari ha finalmente incontrato gli altri. Il 7 febbraio abbiamo accolto in un workshop un piccolo gruppo di persone curiose quanto noi, altre creature che nel filo della loro ricerca personale hanno voluto incontrare la nostra.

A NUOTO NELL’INCHIOSTRO BIANCO – conversazioni tra corpo e parola ha aperto la nostra domanda di ricerca alla sperimentazione condivisa, un invito a percorrere un’ipotetica filogenesi della parola attraverso un processo che origina nel corpo. In quali modi è possibile individuare ed esplorare le vie attraverso cui la parola può conversare con l’oceano complesso della comunicazione corporea?

Abbiamo proposto alcune delle pratiche che in questo periodo ci si sono presentate durante le sessioni di ricerca come connettori tra somatica, scrittura e improvvisazione, con la consapevolezza che nulla sia mai la risposta definitiva, ma che appartenga, invece, a un flusso che vivifica la percezione, il gesto, l’incontro, ponendo la parola emergente oltre il cimitero dei significati che si prosciugano nei participi passati, oltre il logocentrismo che la separa dalla conversazione corporea e la colloca al di sopra, in un universo altro che parla solo a se stesso.

La presenza di memorie corporee provenienti da un tempo profondo ha fatto da supporto per l’esperienza nel suo sintonizzarsi su linguaggi diversi. I lasciti sono stati molti, in un tocco, in un ritmo condiviso, in un testo scritto a quattro mani: “nonostante camminassimo nell’acqua, improvvisamente ci siamo alzati in volo…”.

Insieme abbiamo nuotato, nell’inchiostro bianco di una Mente Collettiva.


DIARIO • 7 • marzo 2026
La restituzione in una forma, seppure consapevolmente transitoria e aperta alle intuizioni anche nel momento in cui avviene, è sempre un momento di passaggio. Si definiscono i coaguli che le pratiche, le riflessioni, le letture hanno prodotto, si compiono scelte, si taglia, si sceglie. Trasformare un processo in un atto comunicativo come la performance è un’esperienza ogni volta unica: a volte è un travaglio, altre volte è un flusso naturale, quasi sempre offre la sensazione di una nascita.

A NUOTO NELL’INCHIOSTRO BIANCO è nata il 7 marzo, e ha emesso nel mondo i suoi primi suoni: sibili, scivolate, accartocciamenti, un testo poetico creato a quattro mani e due corpi. La danza pratica la scrittura dello spazio in un linguaggio che si auto codifica, attingendo alle memorie del tempo profondo e alle istanze dell’anatomia bipede. Da una crepa scappano fuori le voci e le parole, queste ultime forse un po’ troppo presto.

Siamo molto grate agli sguardi che ci sono stati testimoni, nel proseguire della ricerca il nostro lavoro sta già portando con sé le parole di chi ha voluto condividere la preziosità delle sue percezioni e della sua esperienza di lungo corso. L’arte dell’osservazione, mai abbastanza praticata dalle parti dell’Italia, è un bene raro per chi mette in scena.

Il viaggio è lungo, pieno di terre ancora sconosciute, ma da questo approdo io e Antonella possiamo ripartire con delle domande più chiare e il primo nodo da risolvere, quello della crepa e dei misteri sull’origine del linguaggio su cui si affaccia.


DIARIO • 8 • aprile 2026
Dalla discesa nella crepa è emersa inaspettata una domanda: cosa pensa e come pensa un danzatore mentre improvvisa?
Far affiorare in forma verbale esplicita le non parole che si annidano nel corpo che danza, che ne guidano sotterraneamente l’azione attraverso lo spazio, il tempo, la gravità, l’intensità, le relazioni, le immagini, è un atto rischioso e complesso, ma senza un po’ di rischio non succede nulla di veramente interessante.
Può succedere, per esempio, di stare nel vuoto e nel silenzio per avventurarsi in una pratica di composizione istantanea in cui il non sapere è la precondizione indispensabile. La danza, partita dalle mani, va a finire nei piedi attraversando panorami anatomici diversi e passando dalle non parole alle parole. Non parlo subito. Quando inizio a farlo, dopo qualche minuto, sento di abitare un corpo diverso, trasparente, più sottile, con una qualità dell’energia rarefatta ma estremamente presente e vigile. Le parole arrivano dalla musica che, nel silenzio, la danza sta già suonando dentro di me. Nessun editing, nessuna previsione, solo un tempo presente.
Dopo, ho appuntato le parole su un quaderno. Alla fine della giornata sono diventate un testo:

”I polmoni azzurri
il bianco e il blu
abbracciano
le spirali del naso
le mani mi si assottigliano
come anime di foglie
linfa verde
scorre
nella mia anatomia
l’alchimia delle scorie
tra le ampolle si snoda
la corrente verde
alleggerisce la danza
del margine vegetale”

La danza è la voce profonda del corpo ed è intraducibile in un altro linguaggio. Si percepiscono assonanze, risonanze, associazioni, reciprocità di stimoli con altri linguaggi della comunicazione, ma rimane la lingua poetica del bios, appartenente al regno della soggettività.
Entrando nella crepa, proviamo a dire l’indicibile, a tradurre, con parzialità e costante pericolo di fraintendimento, cosa succede in chi danza quando danza, come pensa, laddove è indispensabile poter separare il verbo pensare dalle attività frontocorticali a cui ci riferiamo nel lessico condiviso, per entrare nell’idea che la mente sia il corpo e viceversa, e che quindi anche la pelle pensa, anche il cuore, o un ginocchio lo fanno, ascoltano, comunicano, decidono, a volte deflagrano in un’esplosione sinestesica.


DIARIO • 9 • maggio 2026
“non sento il suono della corrente che ascolto 
non so dove va l’acqua che mi tocca 
l’attraverso con la mano 
l’accompagno nel suo andare 
l’acqua mi ascolta 
sassi piccoli inscrivono  
nel derma un labirinto 
nella roccia grigia  
i segni intraducibili di un alfabeto dimenticato” 

Rosita Mariani

Danzare è come scrivere sull’acqua: non resta una traccia imperitura, ma una risonanza di onde invisibili che riconfigurano l’ambiente senza che quasi ci si accorga. L’improvvisazione sa leggere tra le onde: i segni, le vibrazioni, le connessioni, gli affioramenti di parole. 

Con Antonella danziamoscriviamo l’ipotesi di una riga. I corpi ci offrono i loro tesori, da custodi della memoria quali sono, così ci troviamo a scrivere danze di anfibi e di strutture mesenchimali, di scintille e di foglie di ninfea, di sassi nello stagno e di moltiplicazione degli occhi. La riga è già un verso, che si scrive, si riscrive, si stravolge, travolge.

Che segreti ci diciamo senza che le parole nel loro apparire si disincarnino, lasciando disidratare il succo del discorso?